Esistere nella pausa

lunedì, giugno 22, 2015

Sarei dovuto restare nel Regno Unito per altri dieci giorni. Quei dieci giorni erano quelli che avevo aspettato con più impazienza: la gita in Scozia che dovevo fare da tempo a St. Andrews (dove avrei ricevuto un dottorato), a Edimburgo e a Skye. Il 21esimo compleanno della mia amica Polly. Una lezione sulla scrittura che dovevo tenere.
Stavo andando ad un incontro con dei direttori televisivi venuti da tutto il mondo, insieme alla mia équipe televisiva (cioè le persone che si occuperanno di American Gods: quelli di Freemantle Media, Bryan Fuller e Michael Green), quando Amanda mi mandò un sms per dirmi che aveva preso un treno per Londra da Hornchurch: il nostro amico Anthony stava morendo, e noi dovevamo prendere un aereo che partiva da Heathrow di lì a tre ore. Io spiegai a quelli della tv cos’era American Gods, e poi feci una corsa a prendere l’aereo.
In qualche modo (cioè, con l’aiuto di Clara Benn) facemmo le valigie e prendemmo l’aereo, seduti negli ultimi due posti in fondo (io non sono in dolce attesa, quindi stavo nel sedile di mezzo).
Quando siamo arrivati all’ospedale, Anthony era ancora cosciente e più o meno in grado di comunicare. Gli ho detto del bastone-ombrello che gli avevo trovato (gli porto bastoni, con relative storie, da tutto il mondo). Ha toccato il pancione di Amanda, e gli abbiamo parlato del nome del bambino, e ha sorriso.
Siamo rimasti all’ospedale con lui per due giorni, ed è sembrata una vita. Il terzo giorno i medici hanno detto che poteva andare a casa: non sarebbe migliorato, se ne stava andando.
Io e Amanda ci siamo sistemati nella casa accanto a quella di Laura e Anthony, cioè nella vecchia casa di famiglia di Amanda, mentre aspettiamo.
Adesso è la mattina del quarto giorno, una mattina bellissima, assolata e fresca. Stanotte ha piovuto, e l’erba era piena di ragnatele che hanno trattenuto le gocce. Brillavano sotto la luce mattutina, e tutto appariva pulito e magico e integro.
Anthony si sta spegnendo velocemente. Ogni tanto comunica, se ha fame, ha sete, o deve fare pipì. Si lamenta, si gira, e non vuole stare a letto, e non ha la forza per stare da qualsiasi altra parte.
Non c’è altro. Sta male, e la leucemia, con tutto quello che comporta, lo sta prosciugando. Sua moglie, Laura, si comporta in modo straordinario: buona e coraggiosa e disponibile, una roccia salda per tutti. La famiglia e gli amici di Anthony vengono ogni tanto. Stanno intorno al letto, e poi si spostano e parlano, e poi tornano intorno al letto.
Io cucino e cucino, e do da mangiare a tutti. Aiuta.
Amanda è qui, con me, con Anthony. Così incinta, un raggio di luce e di vita nell’oscurità della morte.
Non ci sarà da aspettare a lungo.
Il tempo non sembra reale. Normalmente inspiriamo ed espiriamo, e non facciamo caso all’attimo a metà del respiro. Adesso viviamo nel momento fra l’inspirare e l’espirare, esistiamo nella pausa.

Volete sapere chi è Anthony? Leggete qui.
È la mia introduzione al libro di Anthony, “Beloved demons”, scritta a novembre 2013, quando il cancro stava regredendo. È rimasto in regressione per molto tempo, ma non abbastanza.
Comincia così:
Conoscevo Amanda Palmer da sei mesi, ed eravamo al primo appuntamento. Il nostro primo appuntamento durò quattro giorni, perché era tutto il tempo libero che avevamo all’inizio del 2009, e lo volevamo dedicare a noi due. Non conoscevo ancora la sua famiglia, a malapena avevo visto i suoi amici.
“Ti voglio presentare Anthony”, disse.
Era gennaio. Se avessi saputo che ruolo aveva Anthony nella sua vita allora, se avessi saputo quanto avesse contribuito a crescerla, sarei stato nervoso. Ma non ero nervoso. Mi faceva solo piacere che volesse presentarmi qualcuno che conosceva.
Anthony, mi disse, era il suo vicino di casa. Lo conosceva fin da quando era bambina.
Ed ecco che Anthony apparve al ristorante: un bell’uomo, alto, che dimostrava dieci anni meno della sua età. Portava con sé un bastone da passeggio, aveva un modo di fare simpatico e alla mano, e parlammo tutta la sera.
Anthony mi raccontò di Amanda a 9 anni che gli lanciava palle di neve alla finestra, e di Amanda adolescente che lo andava a trovare quando aveva bisogno di sfogarsi, e di Amanda ventenne che l’aveva chiamato dalla Germania perché si sentiva sola e non conosceva nessuno, e di Amanda rockstar (era stato Anthony a trovare il nome ai The Dresden Dolls). Mi chiese di me, e gli risposi più onestamente che potei.
Più tardi, Amanda mi disse che ad Anthony ero piaciuto, e che lui pensava che sarei stato un buon fidanzato per lei.
All’epoca non sapevo quanto questo fosse importante, e quanto contasse l’approvazione di Anthony…

E questa è una canzone che Amanda ha suonato per lui alla fine di un tour, tre anni fa, prima di interrompere il tour per aiutarlo durante i primi tempi di chemioterapia. 

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